Contro il mesotelioma, una terapia naturale

aperturaÈ quanto sta cercando di mettere a punto un gruppo di ricercatori dell’Istituto Regina Elena di Roma, guidato da Giovanni Blandino, responsabile del Laboratorio di Oncogenomica Traslazionale, insieme alla McMaster University dell’Ontario. Attraverso uno studio clinico sulla chemioprevenzione, il primo al mondo, gli studiosi contano di poter contrastare la malattia grazie a un estratto naturale di carciofo. Ogni anno, in Italia, si ammalano circa 2mila persone di neoplasia del mesotelio (tumore causato dall’esposizione all’amianto), l’80% delle quali va incontro al mesotelioma pleurico, il più diffuso in assoluto. Di questa malattia, che può avere un periodo di latenza dai 20 ai 40 anni e che colpisce soprattutto i maschi, ci si aspetta un picco nel 2020. È questa una delle ragioni che ha spinto i ricercatori dell’Istituto Regina Elena di Roma a concentrarsi su questa particolare patologia, individuando in una sostanza naturale, l’estratto di carciofo (messo a disposizione dal Gruppo Aboca), la sostanza in grado di contrastare lo sviluppo del tumore nei soggetti sani, ma a rischio. Giovanni Blandino, responsabile del Laboratorio di Oncogenomica Traslazionale dell’Istituto e Sabrina Strano, ricercatrice dell’Area di Medicina Molecolare che insieme hanno condotto gli studi preclinici su questa sostanza, spiegano come e perché la chemioprevenzione potrebbe rivoluzionare la lotta contro questa forma di neoplasia e altre manifestazioni tumorali, aprendo la strada a un nuovo filone di ricerca orientato all’uso di sostanze naturali nella cura e nella prevenzione delle malattie neoplastiche.

Dottor Blandino, cosa ha spinto il suo gruppo di ricerca a occuparsi di questa nuova malattia, il mesotelioma?
La consapevolezza che entro il 2020 l’incidenza di questa patologia, oggi per fortuna piuttosto bassa, potrà avere un picco elevato e che attualmente non esistono ancora terapie adeguate a trattare questa malattia causata dall’esposizione all’asbesto.

Perché l’amianto, nonostante le norme che l’hanno messo al bando, è ancora presente nel nostro Paese…
Purtroppo sì, l’eternit sarà dismesso, ma ci vorrà ancora del tempo, considerando che è presente in quantità variabili nelle strutture di aeroporti, porti ed edifici scolastici e che tra i malati di mesotelioma ci sono operatori edili che hanno lavorato in opere di restauro di appartamenti costruiti prima degli anni ‘60.

Da cosa è nata l’idea di impiegare una sostanza naturale per contrastare lo sviluppo di questa malattia?
Dal fatto che gli estratti di piante, a differenze delle sostanze di sintesi che hanno un’azione circoscritta, agiscono secondo una modalità più complessa, proprio com’è la cellula tumorale. Ci pareva intrigante poter indagare questo aspetto.

Quale sarà il contributo della McMaster University dell’Ontario?
Dopo i risultati degli studi pre-clinici, condotti dalla dottoressa Sabrina Strano e che hanno dato esiti positivi, cioè hanno dimostrato che l’estratto di carciofo ha una funzione nelle linee cellulari e negli animali da laboratorio, ora la fase 2 dello studio, affidato ai colleghi coordinati dalla Prof.ssa Muti della McMaster University, verificherà gli effetti di questa sostanza direttamente sull’uomo. Le persone arruolate sono 54: presentano tutte quella patologia nota come asbestosi, causata dalla deposizione delle fibre di asbesto nella pleura. Questo determina l’insorgenza delle placche mesoteliali, ovvero gli esiti cicatriziali dell’azione infiammatoria dovuta al deposito delle fibre di asbesto. Trattandosi di persone sane, ma ad altissimo rischio di sviluppare un mesotelioma, vista la lunga esposizione all’asbesto, si prestano perfettamente al concetto di chemioprevenzione, in quanto li si tratterà nella speranza di impedire o ritardare l’insorgenza del mesotelioma. Se il risultato, come speriamo, sarà positivo, allora inizierà un trial su numeri molto più alti.

Strano.Blandino

Giovanni Blandino

Dottoressa Strano, quale sarà dunque il passo successivo?
Compiere una sperimentazione su individui che hanno già contratto un mesotelioma, ma per questo servirà ancora tempo per effettuare test in vitro e in vivo.

Se i risultati anche in questo caso dovessero essere positivi, la vostra ricerca potrebbe aprire un nuovo filone di studio sulle terapie naturali per prevenire il cancro…
Sì, d’altronde, in un periodo di crisi economica mondiale è necessario orientarsi verso nuovi presidi terapeutici che abbiano costi più contenuti. Il problema lo stanno ponendo Paesi come l’India, la Cina e più in generale l’Asia dove molto spesso la popolazione affetta da patologia neoplastica non viene trattata perché non ci sono i soldi per poter affrontare terapie così costose.

Il fatto che un istituto italiano come il Regina Elena sia in prima linea, insieme alla McMaster University, in questo settore è di buon auspicio. Significa che anche in Italia, nonostante le difficoltà, si può fare ricerca?
Sì, e la si deve fare, senza tralasciare la prevenzione attraverso corretti stili di vita. Nel 2013 in Italia si sono registrati circa 366mila nuovi casi di tumore, con 173mila decessi (erano 175mila nel 2012). Oggi nel nostro Paese vivono 2 milioni e 800mila persone con una precedente diagnosi di malattia oncologica: erano quasi 1.500.000 nel 1993 e 2.250.000 nel 2006. Il cancro del colon-retto è il più frequente, con quasi 55.000 nuove diagnosi, seguito da seno (48.000), polmone (38.000) e prostata (36.000). Numeri in crescita, che evidenziano sia l’aumento d’incidenza che le maggiori prospettive di sopravvivenza dei pazienti. Di conseguenza, si dovranno reperire sempre più risorse per curare questo esercito di persone. È fondamentale quindi intervenire prima, fin dalla giovane età, insegnando ai ragazzi un corretto stile di vita. Le statistiche parlano chiaro: le neoplasie più diffuse sono quelle che risentono in misura rilevante anche di un’alimentazione sbagliata, della sedentarietà e del fumo. Partiamo da qui per cambiare lo scenario futuro.

Occhi puntati sulla chemioprevenzione
A volte mal interpretata, perché associata erroneamente al termine chemioterapia, trattamento destinato ai malati conclamati di tumore, in realtà la chemioprevenzione, com’è peraltro intuibile, ha tutt’altro obiettivo: inibire o bloccare l’insorgenza di un tumore. Il termine fu coniato dal farmacologo americano Michael Sporn nel 1979 per indicare l’utilizzo di sostanze naturali o sintetiche impiegate con questa finalità. Solitamente si tratta di preparati che hanno bassi costi, non comportano effetti collaterali e per questo possono essere impiegati in sperimentazioni di lungo periodo in soggetti sani, ma ad alto rischio come nel caso citato.
Cos’è il mesotelioma pleurico
È la forma più diffusa di mesotelioma che colpisce la pleura, cioè la parte interna della gabbia toracica. Nel 70% dei casi di mesotelioma pleurico maligno, i primi sintomi (generalmente presenti da alcuni mesi dal momento della diagnosi) sono dolore toracico, dispnea (difficoltà respiratoria) e tosse, che aumentano con il passare del tempo. Si associano poi astenia (stanchezza) o malessere generale; in una percentuale minore di pazienti (10-20%) i campanelli d’allarme sono anoressia con diminuzione spiccata dell’appetito, calo di peso o febbre. Il segno più frequente (80% dei casi) è la formazione di liquido pleurico nelle localizzazioni toraciche. Vi sono peraltro persone che, pur presentando radiologicamente i segni della malattia, non manifestano alcun sintomo. L’80% dei mesoteliomi riconosce nell’esposizione all’amianto la causa del tumore, anche se solo il 5% delle persone venuto in contatto ripetutamente con le fibre di asbesto si ammala. Questo fa pensare che vi possano essere anche altre concause. Non esiste attualmente alcuna terapia per la cura effettiva di questo tumore. Il mesotelioma pleurico può essere trattato con la chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia, eventualmente in combinazione, che permette un’estensione della sopravvivenza di qualche mese. Questa rimane comunque ancora molto bassa: circa un anno.

di P.Altea

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