Incontro pubblico al Senato: «Metodi Alternativi – Nuove strategie di ricerca (senza animali) per la salute dell’uomo e del pianeta»

Lo scorso 5 marzo si è tenuto al Senato un incontro pubblico promosso dalla senatrice Paola Taverna sul tema delle nuove strategie di ricerca senza animali. Sono intervenuti a parlare il Prof. Thomas Hartung, Direttore di CAAT (Centro per le Alternative ai test sugli Animali) presso la John Hopkins University di Baltimora e la Dottoressa Costanza Rovida di CAAT-Europe della Konstanz University in Germania, ma anche molto attiva in Italia come consulente aziendale.
L’intervento di Thomas Hartung, fatto in un italiano quasi perfetto, verteva principalmente sui limiti dei test sugli animali in ambito farmaceutico e tossicologico. Nessuno discute sul fatto che i test sugli animali siano stati introdotti in passato per capire alcuni problemi generali, ma è ora di iniziare a ragionare in termini più moderni. I test sugli animali sono stati imposti all’inizio del secolo scorso per controllare i nuovi farmaci e i prodotti cosmetici dopo che si sono verificati alcuni casi molto gravi. All’epoca i mezzi a disposizione dei ricercatori erano molto limitati e quindi non si avevano molte altre scelte alternative. Per fortuna, l’aspirina era già stata introdotta sul mercato, perché altrimenti sarebbe stata proibita, visti i numerosi problemi molto seri che causa agli animali! Oggigiorno, non possiamo più accettare l’approssimazione di un test empirico, che non spiega il reale meccanismo di azione sull’uomo. Se la correlazione dei test di tossicità sul sistema riproduttivo tra ratti e topi è del 57%, perché mai dovrebbe essere superiore nella previsione sull’uomo? I test di cancerogenicità sono particolarmente severi e risultano positivi per la stragrande maggioranza dei casi. Per fortuna la realtà è molto diversa, ed è dimostrato che la percentuale corretta dovrebbe attestarsi intorno al 2-3%. Per assurdo, le sostanze che sono state dimostrate essere dannose per l’uomo, come il fumo della sigaretta, i composti policiclici aromatici o il nickel, per citarne solo alcuni, non sono positivi sugli animali. In conclusione, un test che risulta tra i più costosi (circa 1 milione di euro) e lunghi (2 anni) è di fatto assolutamente inutile. Inoltre sia per i costi che per i tempi lunghi che richiedono molti test in vivo, di fatto pochissime tra le 100,000 sostanze chimiche in circolazione hanno un profilo tossicologico completo.
Per fortuna le conoscenze di oggi e i nuovi mezzi tecnologici ci permettono di cambiare prospettiva. Questo è stato espressamente richiesto in un famoso libro curato dalla NIH (National Institute for Health) e pubblicato negli Stati Uniti nel 2007: «Toxicity in the 21st Century: a vision and a strategy», in genere abbreviato come Tox21c. In questa pubblicazione si dichiara esplicitamente il fallimento della tossicologia classica, che è troppo lenta e poco predittiva e propone un nuovo modello basato sulla conoscenza dei meccanismi di azione misurati direttamente su cellule di origine umana. Seguendo questo consiglio, negli USA sono in atto due progetti importanti. Il progetto human on a chip si propone di riprodurre in miniatura i tessuti e gli organi, mettendoli in comunicazione con un microcircuito. Questo progetto è appena iniziato, ma si basa su un finanziamento di 200 milioni di euro messi a disposizione, tra gli altri, dal dipartimento della Difesa che lo vede come una possibile soluzione per studiare le contro misure agli attacchi di bio-terrorismo. La EPA (Environmental Protection Agency) promuove ToxCast seguendo l’idea di sviluppare un set di test su cellule umane con lo scopo di ottenere una rapida caratterizzazione delle sostanze più tossiche. Questo sistema è già stato applicato con successo per selezionare il disperdente più opportuno per assorbire l’enorme quantità di greggio versato in mare in seguito all’esplosione della piattaforma petrolifera nel Golfo Del Messico. In sole 4 settimane e con meno di 200.000 $ si è potuto decidere quale potesse essere la sostanza con il minor impatto sull’ambiente e sull’uomo. L’approccio classico alla tossicologia avrebbe richiesto anni e svariati milioni di dollari.
Costanza Rovida ha parlato della sua esperienza nell’applicare i metodi alternativi in campo regolatorio, dove i test sugli animali si applicano perché obbligatori per legge. Purtroppo però, anche quando è possibile la gente continua a usare i metodi tradizionali perché è più comodo, più economico e si ha sempre l’impressione che gli enti regolatori siano comunque più favorevoli. Infatti al momento, è possibile sostituire solo i test più semplici che se eseguiti in vivo sono molto facili da fare ed economici.
Il primo Regolamento Europeo, e forse nel mondo, a scrivere in modo esplicito che i test sugli animali si devono fare solo se non ci sono alternative possibili è stato il REACH (Regolamento CE 1907/2006), l’acronimo per Registration Evaluation Authorisation and Restriction of Chemicals. Questo Regolamento nasce dalla necessità di pretendere una valutazione del profilo tossicologico delle decine di migliaia di sostanze chimiche con cui siamo a contatto quotidianamente e che prima del REACH venivano utilizzate senza nessun tipo di restrizioni, se non in pochissimi casi. Il REACH chiede oggi che qualunque azienda, prima di commercializzare una sostanza chimica deve presentare all’agenzia europea ECHA, un dossier contenente tutte le informazioni sui test svolti e una dettagliata giustificazione di come utilizzare quella sostanza limitando al massimo i rischi per l’uomo e per l’ambiente. Questo Regolamento, già nell’Articolo 1 dice che «Il presente regolamento ha lo scopo di assicurare un elevato livello di protezione della salute umana e dell’ambiente inclusa la promozione di metodi alternativi per la valutazione dei pericoli che le sostanze comportano». Eppure nella pratica non è così perché anche dove esistono test in vitro convalidati e pienamente accettati, per esempio nel campo dell’irritazione cutanea e oculare, gli animali continuano a essere usati nella totale indifferenza di chi dovrebbe applicare per questo sanzioni anche di un certo rilievo. Difficile stabilire il perché. È vero che ancora non esiste la cultura necessaria per applicare i metodi alternativi che richiedono competenze diverse e attrezzature nuove nei laboratori. I laboratori conto terzi non implementano queste nuove tecnologie perché hanno paura che non ci sia richiesta, ma le aziende a volte non pensano di usare questi metodi anche perché non saprebbero da chi farseli fare. Un circolo chiuso che avrebbe bisogno forse di un’azione politica per sbloccarsi.
La conclusione è che nonostante sia possibile dimostrare che i test in vitro offrono una migliore conoscenza degli effetti sull’uomo, con una maggiore precisione continuano a essere ignorati anche quando la legge ne permette l’uso. Bisognerebbe imporre una inversione di tendenza, che porterebbe sicuramente anche a un abbassamento dei costi perché una maggiore diffusione potrebbe giustificare una ottimizzazione nella produzione delle cellule e dei kit per le analisi.

 

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