La microbiologia sale in vetta

L’impiego della microbiologia nei più diversi settori è cosa nota, come la sua capacità di attrarre i giovani a studiare i principi che regolano la vita dei microrganismi da cui siamo circondati, oltre che abitati nel nostro stesso organismo. Anche l’esistenza di microrganismi che vivono tra i ghiacci dell’Antartide e dell’Artico è nota da tempo. Ciò che di nuovo invece hanno individuato Fabrizio Cappa, ricercatore dell’Istituto di Microbiologia della Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, insieme a Pier Sandro Cocconcelli, docente di Microbiologia degli Alimenti presso il Corso di Laurea Specialistica in Qualità e Sicurezza degli Alimenti attivo all’interno dello stesso ateneo, è l’esistenza di popolazioni microbiche simili anche nei ghiacci delle Alpi, argomento poco studiato finora dagli scienziati, nonché la loro capacità di degradare le sostanze inquinanti presenti nelle aree più antropizzate. Fatti che aprono una nuova via, è il caso di dirlo, a due interessanti e promettenti linee di ricerca: una, sulla biodiversità dei microrganismi nell’ambiente glaciale appunto, l’altro, sui processi metabolici di questi esseri viventi e sul loro possibile impiego nel risanamento di ambienti contaminati, anche al di fuori del mondo glaciale, come spiega Fabrizio Cappa, da quattro lustri nel mondo della ricerca, dove lavora “gomito a gomito”, dice, con l’amico e collega Pier Sandro Cocconcelli.

Dottor Cappa, com’è nata l’idea di questo studio?
In parte è nata dalla mia passione per la montagna, sono un alpinista da sempre, in parte dall’amicizia con Pier Sandro Cocconcelli, docente di Microbiologia degli Alimenti: lavoriamo insieme da 15 anni. Ci siamo occupati per molto tempo di microbiologia alimentare, poi, un giorno, 4-5 anni fa, mettendo insieme lavoro e tempo libero abbiamo deciso di andare a vedere quali organismi vivevano nei nostri ghiacciai, quelli più facilmente raggiungibili, più a portata di mano a livello organizzativo ed economico. Abbiamo ampliato così il settore delle nostre ricerche.

Fabrizio Cappa e Pier Sandro Cocconcelli

Cosa avete scoperto?
Studiando la biodiversità sul ghiacciaio del Madaccio, nel massiccio montuoso dell’Ortles-Cevedale, nei pressi del passo dello Stelvio, abbiamo scoperto diversi gruppi microbici, una popolazione molto più ampia e varia di quella che ci aspettavamo. Considerando che il ghiacciaio era situato vicino a un’area sciistica estiva, abbiamo pensato di andare a vedere anche i contaminanti, gli inquinanti presenti. Per farlo ci siamo appoggiati all’Istituto di Chimica Agraria e Ambientale della nostra facoltà, quella di Agraria. Dalle nostre spedizioni sono nate due linee di ricerca, una sulla biodiversità dei microrganismi nell’ambiente glaciale, l’altra incentrata sullo studio dei processi di metabolizzazione dei microrganismi capaci di degradare gli inquinanti.

Qual è la novità?
Abbiamo osservato che molti dei microrganismi individuati nelle Alpi sono riconducibili alle popolazioni microbiche rinvenute già da tempo in Antartide o nell’Artico. Non abbiamo ancora dati sufficienti per affermare che siano esattamente gli stessi, ma non possiamo neppure escluderlo.

Se fossero davvero gli stessi, che rilevanza avrebbe questo dal punto di vista scientifico?
Confermerebbe le ipotesi sulle glaciazioni e sulla deriva dei continenti, ma non vorrei tirare conclusioni affrettate. La cosa confortante riguarda invece la logica sottesa a questi dati e cioè che, come negli organismi superiori le aree di diversi continenti caratterizzate da un determinato clima hanno simili composizione di specie, sia negli animali, sia nelle piante, altrettanto sembrerebbe nei microrganismi.

Sul fronte ambientale, invece, quali relazioni avete individuato tra le popolazioni microbiche e gli inquinanti presenti nel ghiaccio delle Alpi?
Nel ricercare le molecole inquinanti, in particolare gli idrocarburi policiclici aromatici, quelli provenienti dalla combustione dei derivati del petrolio e i policlorobifenili (PCBs), provenienti dai lubrificanti, abbiamo osservato l’esistenza di microrganismi in grado di degradare, attraverso un processo di metabolizzazione, gli agenti inquinanti. È probabile che in un ambiente povero di nutrienti qual è il ghiaccio, ma arricchito da questi inquinanti organici presenti nello smog e che arrivano sui ghiacciai attraverso le piogge o attraverso l’attività antropica, si sia selezionata una popolazione in grado di utilizzare proprio queste sostanze, alle basse temperature, come fonte di nutrimento. Alcune delle specie microbiche che siamo riusciti a coltivare in laboratorio presentano questa capacità di degradazione.

A quali applicazioni potrebbe condurre la vostra ricerca?
Innanzitutto, all’impiego di questi microorganismi per degradare composti come il fenantrene a temperature anche molto basse, dove i sistemi di biorisanamento con altri microrganismi non funzionano. Tuttavia non è certa la possibilità di trasferire queste particolari specie in ambienti diversi dal loro. Oltretutto c’è anche un altro problema, quello della competizione microbica delle popolazioni complesse. Si deve andare avanti nella ricerca…

Quale sarà il prossimo passo?
Stiamo studiando con tecniche molecolari alcuni di questi microrganismi per meglio capire le possibili applicazioni. Poi, stiamo già facendo prove sul campo per vedere se i suddetti microrganismi possano funzionare come metodo di risanamento almeno in ambiente glaciale.

Com’è composto il vostro gruppo di ricerca?
È costituito dal professor Pier Sandro Cocconcelli, che è il coordinatore di tutte le attività di ricerca, dal sottoscritto e da Edoardo Puglisi, anch’egli ricercatore, di formazione chimico-ambientale, oltre che da un dottorando impegnato proprio su questo argomento di ricerca. Poi abbiamo altre persone che lavorano su altri argomenti inerenti alla microbiologia alimentare, quattro assegni di ricerca e un dottorato.

La microbiologia è una materia molto affascinante che non sembra conoscere crisi? È davvero così?
In parte è così. È un settore che attrae i giovani anche per gli sbocchi professionali che offre, tanto che a volte abbiamo difficoltà a trovare laureati disposti a continuare gli studi nella prospettiva di occuparsi poi di ricerca, perché trovano subito un’occupazione. Non vale altrettanto per i laureati con un dottorato di ricerca. Pur avendo un’ottima formazione, talvolta faticano a trovare lavoro: evidentemente le industrie, nel preferire un laureato, dimostrano di non cogliere il valore aggiunto di chi dopo la laurea, nel portare a termine un dottorato di ricerca, matura una notevole esperienza nel proprio settore, sia in termini di conoscenza, sia sotto il profilo organizzativo.

di P.Altea

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