Le risposte, anche etiche, dell’ingegneria tissutale

Dopo oltre 40 anni dalla prima pubblicazione scientifica sulla produzione di tessuti in vitro, oggi la medicina rigenerativa mostra tutte le sue potenzialità, come spiega Marcella Trombetta, Professore Ordinario di Fondamenti Chimici delle Tecnologie presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma dove è Direttore del Laboratorio di Ingegneria Tissutale.  È uno dei settori più affascinanti della ricerca biomedica. Nata formalmente nel 1982 e, forse, ancor prima quando nel 1970 fu pubblicato il primo articolo scientifico sulla produzione della pelle in vitro, oggi offre prospettive davvero nuove sulla medicina, come mostrano i risultati più recenti a cui è giunta la ricerca applicata, ma anche i progetti allo studio. Tuttavia, la medicina rigenerativa necessita di competenze multidisciplinari non comuni, che spaziano dall’ingegneria alla chimica, coinvolgendo fisica, biologia, biotecnologia e medicina. Competenze non sufficientemente valorizzate nel nostro Paese, anche se avanti nei risultati della ricerca nello scenario mondiale, come spiega Marcella Trombetta, Chimico, Ingegnere Chimico e Medico che, nel 1999, dopo essere diventata Direttore della Ricerca all’Università di Lione, a soli 32 anni, è rientrata in Italia per collaborare alla realizzazione del Centro Integrato di Ricerca presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. 


Professoressa Trombetta, come descriverebbe, in una parola, l’ingegneria tissutale?

Marcella Trombetta.

Come la scienza che si occupa di rigenerare i tessuti danneggiati e di aiutare l’organismo a riprodurli attraverso l’impiego di cellule su strutture (scaffolds) di opportuni materiali e caratteristiche.

 Di cosa vi state occupando attualmente?

Stiamo partecipando a uno dei cinque progetti finanziati nell’ambito dell’ingegneria tissutale a livello nazionale e internazionale, intitolato: «Materiali bioartificiali e scafold biomimetici per la terapia a base di cellule staminali nella rigenerazione del miocardio». Una ricerca che mira a un preciso obiettivo, quello, cioè, di trovare il modo per rigenerare il tessuto miocardico infartuato. Ricordiamo che la malattia coronarica del cuore è la principale causa di mortalità nei paesi industrializzati, con oltre 14 milioni di pazienti in Europa con una storia di angina pectoris, infarto del miocardio, o entrambi.

 Queste nuove metodiche, quali opportunità potranno offrire anche ai sistemi sanitari dei Paesi industrializzati?

Diverse. Le terapie personalizzate consentiranno di abbattere i costi della sanità, per la maggior parte imputabili alle patologie croniche. Basti pensare che l’insufficienza cardiaca e circolatoria costituisce, nel mondo, la seconda causa di assenza dal posto di lavoro preceduta solo, secondo la World Health Organization, dall’artrite e dalle patologie muscoloscheletriche che costituiscono la prima causa di cronicismo per la popolazione umana al di sopra dei diciotto anni, incidendo sul 70% della popolazione (per i minori è il disturbo mentale). Iniettare cellule staminali direttamente nel cuore, per esempio, significa farle comunque entrare in circolo. Questo è quanto insegna un principio idraulico molto semplice: immettere all’interno di un tubo una certa sostanza significa farla andare dappertutto, consentendo alle cellule staminali di arrivare in qualsiasi altro tessuto o organo dove potrebbero sviluppare tessuti non voluti. Non a caso la comunità scientifica lavora per la realizzazione dei citati scaffolds (letteralmente, impalcature), dove le cellule vengono seminate e istruite per ottenere un sostituto biologico con una morfologia e una consistenza meccanica analoga al tessuto che dovrà formarsi. Queste tecniche, diffuse come applicazione clinica soprattutto negli Stati Uniti, stanno dando buoni risultati.  

Quale sarà il futuro della medicina rigenerativa?

Quello di realizzare «smart scaffold», Nel nostro Laboratorio chimici, biologi e ingegneri, in stretta collaborazione con i clinici, hanno concentrato i loro sforzi per la costruzione di questi scaffold intelligenti e bioistruttivi che, una volta seminati di cellule staminali prelevate in diretta dal paziente, possono essere subito inseriti nel sito anatomico dove è necessario rigenerare il tessuto mancante o danneggiato. Questo vuol dire che si potrà rigenerare una coronaria dopo un infarto o evitare l’amputazione di una gamba perché l’arteria poplitea ritornerà a essere efficiente. Un ambito dove possiamo dire, con orgoglio, che l’Italia questa volta non è indietro nella ricerca.

Come vive una ricercatrice come lei l’epoca attuale?

Con amore ed entusiasmo, ma anche con tristezza e preoccupazione per il futuro della ricerca nel nostro Paese. L’Italia secondo il Trattato di Lisbona entro il 2010 avrebbe dovuto destinare il 3% del Pil nella ricerca, mentre a oggi non raggiungiamo neppure la metà poiché siamo all’1,26%, C’è poi la questione del precariato di tanti giovani ricercatori: un problema morale che io mi pongo e che dovrebbe essere affrontato dalle istituzioni.

di Pierluigi Altea

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