Mare Nostrum: i cetacei come indicatori naturali

Maria Cristina Fossi.

Chi l’ha detto che per fare ricerca nel campo delle scienze biologiche si debba sempre usare il microscopio? I primi risultati di un interessante studio condotto dall’Università di Siena insieme ad altri importanti partner scientifici e pubblicato nel Marine Pollution Bulletin, sembrano suggerire una valida alternativa. Per valutare lo stato di salute del Mar Mediterraneo, infatti, ci si potrebbe affidare direttamente ai cetacei e ad altri animali marini come la tartaruga caretta caretta e lo squalo elefante. È quanto sostiene Maria Cristina Fossi, docente di Ecologia ed Ecotossicologia presso il Dipartimento di Scienze Fisiche della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena, responsabile di una ricerca condotta nel Santuario dei cetacei, l’area protetta situata tra la Corsica,la Costa Azzurra ela Toscana. Qui i ricercatori hanno rilevato un’alta concentrazione di ftalati e altri distruttori endocrini nelle balenottere e in altri pesci che abitano il Mare Nostrum. Sostanze – e altri composti plastici come il bisfenolo A e gli ftalati – contenute nei minuscoli frammenti di plastica, di dimensioni inferiori ai5 mm, derivanti dalla degradazione delle plastiche principali, dall’alto potere tossico. Lo studio, il primo al mondo ad aver indagato il trasferimento e gli i effetti delle micro-plastiche sulle balene, è stato finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, sulla scia di un progetto dell’Unione Europea il cui scopo è riportare entro il 2020 il Mare Nostrum a uno stato di piena salute (Strategia Marina).

Come si è sviluppando il vostro studio?
Il progetto, condotto dal Dipartimento di Scienze Fisiche della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena è stato suddiviso in tre fasi: nella prima abbiamo raccolto campioni di microplastiche in varie aree del Santuario, in particolar modo nel Mar Ligure e nel Mar di Sardegna; nella seconda fase abbiamo fatto un conteggio della quantità di microplastiche presenti nei campioni e per la prima volta abbiamo determinato gli ftalati – derivati delle plastiche – poi utilizzati come traccianti della presenza di microplastiche; nella terza fase abbiamo verificato la presenza di questi componenti nelle balenottere. Per sviluppare quest’ultimo punto abbiamo utilizzato due metodologie, analizzando da un lato gli animali spiaggiati, dall’altro eseguendo biopsie cutanee attraverso il campionamento di un minuscolo pezzetto di pelle ottenuto sparando sulle balene una freccia con un dardo modificato. I nostri risultati dimostrano chiaramente come le balene nel Santuario, e altri organismi presenti nel Mediterraneo, siano esposti al rischio di microplastiche.

Quali sono gli effetti di queste sostanze sugli animali?
Quello più rilevante per le balene riguarda il rischio di distruzione endocrina. Le sostanze nocive individuate hanno una conformazione molecolare simile agli ormoni sessuali e in alcuni organismi potrebbero mimarne l’effetto, provocando così negli animali, qualora le sostanze fossero presenti in concentrazioni molto elevate, probabili alterazioni a livello riproduttivo.

Quali altre ricadute potrebbe avere questa forma di inquinamento?
Le ricadute sono tutte da indagare, perché il nostro è uno dei primi studi al mondo effettuati su questa problematica. Sicuramente tutti gli organismi filtratori sono soggetti a questo tipo di contaminazione. Recentemente abbiamo fatto un’altra ricerca sullo squalo elefante, altra specie a rischio del Mediterraneo, che filtra grandissime quantità d’acqua: anche in questa circostanza abbiamo rilevato un’elevata concentrazione di ftalati. Sono anche altri gli animali esposti alle microplastiche, per esempio i mitili o altre specie come le sardine: in futuro le nostre ricerche si concentreranno sull’individuazione di tutte le specie a rischio.

Ci sono conseguenze per l’uomo?
Attualmente non esistono dati significativi, ed è per questo che un altro dei nostri obiettivi sarà proprio approfondire questa informazione; tra l’altro, così facendo, onoriamo uno degli obiettivi della normativa europea sulla strategia marina che punta l’attenzione proprio sull’impatto delle microplastiche nell’ambiente marino e che impone agli Stati membri di restaurare il buono stato di salute dei mari entro il 2020. Tutti i Paesi sono obbligati a portare avanti azioni di monitoraggio e di mitigazione al fine di ottenere questo obiettivo fondamentale sia dal punto di vista ecologico che da quello della gestione dell’ecosistema.

Il nostro Paese si sta adoperando per rispettare gli impegni…
Sì, nonostante le ristrettezza economiche in cui versa il mondo della ricerca, l’Italia sta lavorando in maniera molto adeguata: il Ministro dell’ambiente e l’ISPRA stanno portando avanti una serie di azioni molto specifiche su questo settore, tra le quali si può annoverare anche il nostro studio.

Qual è il vantaggio di un approccio al problema basato sull’adozione di animali come indicatori dello stato di salute del mare?
Il vantaggio deriva dal fatto che sono animali con un’ampia mobilità. Determinare i livelli di contaminazione e gli effetti tossicologici con una balenottera vuol dire fare una fotografia dello stato di salute dell’intero bacino, a differenza di quello che si potrebbe fare prendendo in considerazione un organismo come la cozza, per esempio. I cetacei danno l’opportunità di uno studio a più ampio raggio. Per questo abbiamo proposto anche in sede dell’Unione Europea di adottare i cetacei e la tartaruga caretta caretta come indicatori di salute del Mare Nostrum.

di P.Altea

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