Memoria del clima terrestre: un laboratorio per conservarla

È situato all’interno dell’Università di Milano-Bicocca, dove opera Valter Maggi, professore associato di climatologia e responsabile italiano dell’European project for ice coring in Antarctica. Si chiama Eurocold il laboratorio dove vengono conservati e studiati campioni di ghiaccio attraverso i quali si può ricostruire la storia del clima. Copre un’area di 600 mq e integra tre tipologie di laboratori, interconnessi tra loro. Eurocold, il primo laboratorio in Europa attrezzato per conservare e studiare le carote di ghiaccio, dispone di ambienti freddi, con temperature controllate che possono arrivare sino a -50° C, ma anche di due camere bianche, ovvero di due laboratori a contaminazione controllata, uno freddo e una a temperatura ambiente, che consentono di effettuare particolari esperimenti sui campioni di ghiaccio che provengono dai laboratori di tutto il mondo. Valter Maggi, geologo di formazione, è il paleoclimatologo responsabile del laboratorio Eurocold, nonché del progetto EPICA (dell’European project fori ice coring in Antarctica). Attraverso lo studio delle carote di ghiaccio, estratte dai ghiacciai con l’ausilio di particolari macchine perforatrici, è possibile ricostruire la storia del clima terrestre e comprendere quando davvero l’uomo condizioni l’ambiente climatico, un sistema dalle innumerevoli variabili che per essere studiato necessita del contributo di molte discipline, dalla geologia all’informatica.

Professor Maggi, qual è la giustificazione scientifica di Eurocold?

Quella di avere un ambiente controllato dove poter conservare e studiare i campioni di ghiaccio prelevati da quelli che noi paleoclimatologi chiamiamo archivi naturali. Nel mondo ce ne sono tanti. Noi ci siamo specializzati nei ghiacciai che conservando la memoria delle precipitazioni nevose ci possono fornire utili indicazioni sul clima e sull’ambiente.

Da dove provengono e come vengono analizzate le carote di ghiaccio conservate nel vostro laboratorio?

Nel Deposito Nazionale di Carote del Museo Nazionale dell’Antartide (MNA), gestito dal nostro ateneo, sono conservati campioni di ghiaccio estratti negli ultimi 25 anni di attività in aree polari del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA). Le carote provengono dall’Antartide Orientale, dall’Antartide Occidentale, dalle Montagne Transantartiche, ma anche dalla Groenlandia, da alcuni siti del Sud America e dalle Alpi. I prelievi possono essere effettuati da gruppi di ricerca stranieri, ma anche dalla nostra struttura che dispone di tutte le attrezzature necessarie. Lo scorso settembre,  per esempio, siamo stati sul Monte Rosa dove abbiamo effettuato alcuni prelievi.

Come vengono analizzati i campioni?

Con diverse metodologie. Nei laboratori freddi, a temperatura controllata, effettuiamo una serie di attività di riconoscimento della carota e di analisi superficiale del campione. Poi, possiamo tagliare la carota di ghiaccio, fare sezioni sottili per ricostruire una stratigrafia e riconoscere le caratteristiche delle singole sezioni. Infine, attraverso una nuova strumentazione che stiamo allestendo, possiamo analizzare alcuni parametri, prevalentemente di tipo elettrico, che, essendo proporzionali al carico chimico presente all’interno del ghiaccio, ci forniscono informazioni sulle variazioni dell’atmosfera, tuttavia senza dovere distruggere il campione come invece avverrebbe impiegando la tradizionale cromatografia ionica.

L’uomo sta davvero condizionando l’andamento del clima?

L’uomo ha influenzato il clima, ma meno di quanto si immagini. Rispetto agli anni ‘80 e ‘90, quando si era attribuita una grande responsabilità all’uomo circa l’innalzamento della temperatura nel globo terrestre, oggi, grazie agli strumenti di cui disponiamo e alle rilevazioni molto più dettagliate che noi ricercatori siamo riusciti a effettuare, le cose sono parzialmente cambiate. Se negli ultimi 100 anni la temperatura del nostro pianeta è aumentata di circa 0,8° C, un valore molto basso rispetto alle variazioni climatiche avvenute nel corso dei millenni, di questo valore solo la metà è probabilmente imputabile all’uomo. Per contro, sarà importante capire cosa accadrà da qui a 100 anni.

Più in generale, cosa si è scoperto sino a oggi sul clima terrestre?

Innanzitutto che il clima cambia regolarmente con frequenze che possono interessare cicli di 100mila anni o periodi più brevi di soli mille anni. Nel primo caso sappiamo che c’è stata l’alternanza di periodi molto freddi a periodi caldi. Nei cicli millenari, invece, sono le correnti oceaniche, che l’uomo sino a oggi non ha condizionato, a giocare un ruolo importante nello spostamento di masse di calore che per compiere un ciclo intero ci possono impiegare appunto anche mille anni.

Attualmente, su cosa state lavorando?

Sulle cosiddette polveri fini minerali atmosferiche, sostanze antagoniste dei gas serra che oggi sappiamo essere importanti per gli effetti radioattivi che determinano e che sono causa, specialmente nei periodi freddi, di un maggior raffreddamento dell’atmosfera.

Che posto occupa l’Italia nella ricerca sul clima?

La comunità climatologica italiana è molto attiva e occupa un posto di rilievo nel panorama mondiale. Tuttavia, i problemi non mancano, perché se da una parte le ricerche sul clima sono già di per sé osteggiate dalla politica, dato che possono essere limitanti specialmente nei confronti del settore industriale, dall’altra, pagano il prezzo dei tagli alla spesa pubblica e alla ricerca.

Di cosa si sarebbe bisogno?

Di maggior attenzione ai giovani e non solo nel nostro settore. Il problema riguarda tutta la ricerca italiana. Oggi purtroppo il nostro sistema universitario forma validi ricercatori che poi però finiscono per andare a lavorare all’estero. L’Italia regala queste preziose risorse intellettuali a Paesi che domani ci venderanno il loro know-how.

di P. Altea

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Ricercatori si preparano a entrare nelle camere fredde protetti dalle tute termiche.

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