Resistente, leggero ed economico

Piero Sozzani e il gruppo di ricerca.

Com’è nata l’idea di lavorare insieme al gruppo di ricerca del professor Susumu Kitagawa dell’Università di Kyoto?

L’idea è nata dopo aver avere frequentato diversi convegni internazionali dove ci siamo conosciuti. Entrambi ci occupiamo di materiali porosi, cioè di quella forma di stato della materia che presenta molti alveoli e dunque un’area di superficie particolarmente ampia. Su di essa è possibile eseguire processi nanotecnolgici che consentono di ottenere nuovi materiali. Nel caso specifico, abbiamo sfruttato la sinergia fra le nostre competenze, perché, sebbene entrambi ci occupiamo di materiali porosi, io nello specifico sono un polimerista, cioè uno specialista sulla formazione del polimero all’interno dei canali.

Con quale procedimento avete ottenuto questo nuovo materiale?

Con una metodologia nanotecnologica molecolare molto innovativa. In pratica abbiamo preso il polistirene, un polimero dello stirene, e anziché seguire il metodo comunemente utilizzato di stirare le fibre di questo materiale per allinearle e allungarle, un po’ come se si filasse la lana (un procedimento reversibile e non sempre perfetto), abbiamo realizzato l’allineamento dei polimeri contestualmente al momento della loro creazione, in modo da rendere «strutturale» l’allineamento stesso. Le catene polimeriche sono tenute in registro da pinze molecolari, ovvero delle minuscole mollette che consentono alla struttura ordinata di rimanere stabile nel tempo. In altre parole, abbiamo impiegato il polistirene, una struttura in qualche modo simile a una spugna, come se fosse uno stampo di materiale all’interno del quale abbiamo fatto scorrere dei fili altamente orientati e collegati tra loro, così che non possano più cambiare le loro direzioni reciproche. Motivo questo dell’indebolimento di molti materiali covalenti non direzionati che finiscono per comportarsi come una corda che, invece di stare tesa, viene lasciata aggrovigliare.

Dunque anche in Italia si può fare ricerca ad alti livelli?

Sì, il problema del nostro Paese è che la massa assoluta dei fondi erogati all’Università è nettamente più bassa rispetto a quella di tutti gli altri Paesi di punta europei ed extra-europei e questo crea uno svantaggio. Bisognerebbe aumentare le disponibilità economiche e valorizzare i centri di eccellenza dove si concentra intelligenza, inventiva e buona volontà.

Il vostro è comunque un risultato che lascia ben sperare, anche per il futuro della chimica nel nostro Paese…

Sì, anche perché in Italia esistono ancora aziende medio-grandi interessate alla ricerca e alla collaborazione con il mondo universitario. Purtroppo negli ultimi decenni la chimica italiana anziché puntare all’accorpamento si è polverizzata, finendo nelle maglie delle grandi multinazionali che hanno il loro quartiere generale in altri Paesi. La produzione spesso è stata trasferita all’estero e questo è stato deleterio, non tanto per la ricerca, quanto per l’occupazione. Anche se devo dire che in questi ultimi anni, contrariamente a quanto si possa pensare, per i laureati in chimica, ma soprattutto in scienze dei materiali e in particolare per le menti più brillanti, il posto di lavoro è quasi garantito. È un risultato che rincuora molto in questo momento storico così particolare. Anche proseguire negli studi dopo la laurea ha un grande valore: conseguire un dottorato di ricerca, per esempio, non solo permette di accedere alla carriera universitaria, ma consente di poter ricoprire ruoli più qualificati anche nel mondo del lavoro.

L’Università dovrà aprirsi maggiormente all’industria?

È essenziale e in tutto il mondo progredito è così. Naturalmente il ricercatore universitario deve mantenere gli occhi aperti, la libertà sufficiente per poter guardare con uno sguardo più ampio alle cose scientifiche e non essere solamente un tecnologo, altrimenti finirebbe per diventare troppo simile a colui che opera nell’industria.

 

di Pierluigi Altea

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