Un’altra via per sconfiggere i tumori

Elisabetta Dejana, professore ordinario di Patologia generale presso l’Università degli Studi di Milano, nonché responsabile presso la Fondazione IFOM Istituto FIRC di Biologia molecolare di un laboratorio dedicato allo sviluppo di nuove terapie contro i tumori, spiega a che punto è la ricerca sul cancro e cosa c’è dietro l’angolo

Elisabetta Dejana.

È lungo l’elenco dei centri e degli istituti di ricerca sparsi un po’ in tutto il mondo dove Elisabetta Dejana ha operato come ricercatrice dopo avere conseguito la laurea in Scienze Biologiche all’Università di Bologna. Dopo essere alla Mc Master University, ad Hamilton, nell’Ontario, all’inizio degli anni ’80 è rientrata in Italia per dirigere il laboratorio di Biologia Vascolare all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, trascorrendo periodi di lavoro a Boston, Parigi e Gerusalemme. Dal ’93 al ‘96 ha lavorato in Francia a Grenoble, dirigendo un’Unità INSERM e un laboratorio CEA al Centro di Energia Nucleare di Grenoble (CENG). Successivamente, è ritornata all’Istituto Mario Negri ed ha partecipato alla creazione di un nuovo Istituto di ricerca supportato dalla Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare, IFOM). È qui che, attualmente, dirige un laboratorio di ricerca dedicato allo sviluppo di nuove terapie per inibire la crescita dei tumori. Oltre alla sua attività di ricerca, Elisabetta Dejana è professore Ordinario di Patologia Generale all’Università degli Studi di Milano (Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie, Facoltà di Scienze), membro dell’Editorial Board di diverse riviste scientifiche, di Comitati internazionali per la valutazione della ricerca e del Comitato UNESCO perla Ricerca Scientifica. NominataUfficiale dello Stato Italiano, è stata insignita del Premio Speciale Donna a Pesaro nel giugno del 2007, del William Harvey Career Award (ottobre 2007) e della laurea Honoris Causae alla Università di Helsinki nel 2010. Sino a oggi ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici in riviste internazionali che hanno ricevuto più di 10.000 citazioni.

A che punto sono i suoi studi sulla formazione e sullo sviluppo dei tumori a livello molecolare?

Insieme a numerosi altri gruppi nel mondo stiamo lavorando da molti anni sugli effetti delle cellule dello stroma sulla proliferazione e il mantenimento delle cellule tumorali. In parole più semplici, per proliferare le cellule tumorali hanno bisogno di un contesto favorevole, di un ambiente, cioè, dove ricevano nutrimento e ossigeno e dove siano protette dai sistemi di difesa dell’organismo. Durante la sua crescita il tumore s’infiltra nei tessuti dell’organismo e spesso crea un concorso a delinquere con le cellule normali che lo circondano. Così il tumore convince i vasi circostanti a proliferare e a entrare nel suo stroma portandogli il sangue necessario alla sua proliferazione. Inoltre, le cellule tumorali possono modificare le cellule del sistema immune che, in questa maniera, invece di combattere il tumore ne diventano alleate bloccando l’azione di altre cellule del sistema immune e impedendo il rigetto.

La ricerca in ambito oncologico ha bisogno di nuove strade: quella dell’angiogenesi è una di queste?

Sicuramente la comprensione di come si forma il sistema vascolare tumorale e la identificazione di farmaci in grado di inibire o modificare questo processo è promettente. Tuttavia va ricordato che i farmaci attualmente utilizzati in clinica hanno mostrato una efficacia limitata solo ad alcuni tumori e, il più delle volte, in associazione con chemioterapia. Inoltre, come per altre terapie, alcuni pazienti rispondono benissimo, altri in maniera intermedia e altri invece non rispondono per niente. Questo ci fa pensare che non abbiamo ancora un quadro chiaro e completo della biologia dell’angiogenesi. Si deve pertanto tornare in laboratorio per cercare di capire le differenze tra un individuo e l’altro e/o tra un tumore e l’altro per essere in grado di affinare il trattamento e renderlo su misura per ciascuna condizione.

Quando ha iniziato a occuparsi di angiogenesi e perché?

Sin dall’inizio della mia carriera scientifica mi sono occupata di vasi sanguigni. Queste strutture sono importantissime per il nostro organismo perché formano un sistema autostradale che porta cellule e nutrienti ai diversi tessuti. All’inizio mi sono concentrata sulle risposte vascolari alla infiammazione, ma poi mi è sembrato naturale applicare queste conoscenze allo studio del sistema vascolare dei tumori.

Com’è nata l’idea di indebolire il tumore privandolo dell’ossigeno e del nutrimento portati dal sangue?

Più di 40 anni fa, un chirurgo di Harvard di nome Judah Folkman elaborò una teoria concettualmente molto semplice. Osservò che, poiché i tumori sono tessuti in forte proliferazione, hanno bisogno di un aumentato apporto di ossigeno e nutrienti per crescere. Per rispondere a questa necessità, al loro interno si crea un sistema di vasi in grado di portare il sangue e i nutrienti necessari alla loro crescita. Da questa osservazione ci si poteva aspettare che, inducendo la regressione dei vasi tumorali, il tumore potesse andare incontro a necrosi e regressione. Judah Folkman all’inizio non fu molto creduto. Come spesso succede, le idee semplici in scienza sembrano troppo semplici per essere possibili. Tuttavia le evidenze si accumularono attraverso lo sforzo di moltissimi gruppi di ricerca in molti paesi. Si vide che quando i tumori sono molto piccoli, pochi millimetri di diametro, possono restare silenti nel nostro organismo anche per tantissimi anni e forse per tutta la vita. Tuttavia, nel tempo, possono accumulare mutazioni nel loro DNA; Queste mutazioni inducono i tumori a crescere in maniera incontrollata e rapidamente i nutrienti e l’ossigeno, che erano sufficienti quando il tumore era microscopico, non bastano più. Allora le cellule tumorali stimolate dal basso ossigeno e dalla mancanza di nutrimento, producono dei “fattori di crescita” che inducono la proliferazione dei vasi sanguigni circostanti e la loro penetrazione nel tessuto tumorale. A ragione, si è pertanto creduto che lo sviluppo di terapie in grado di inibire la angiogenesi sarebbe stato utile per bloccare la crescita e la disseminazione del tumore. Queste terapie potevano avere un’applicazione ampia su molti tipi diversi di tumore visto che quasi tutti hanno bisogno di angiogenesi per progredire. Infine si prevedeva che gli effetti collaterali dei farmaci antiangiogenici dovessero essere molto contenuti, visto che erano diretti esclusivamente a vasi in crescita e non ai vasi costitutivi dell’organismo.

Dove potrebbero condurre i suoi studi nel breve periodo?

Stiamo lavorando per sviluppare terapie anti angiogeniche più efficaci. Si è osservato che nel tumore i vasi sono anomali, non c’è controllo della permeabilità e si formano edemi. L’edema crea compressione e necrosi che impedisce una corretta diffusione della chemoterapia. Inoltre, le cellule tumorali entrano nel circolo utilizzando le zone di discontinuità tra le cellule endoteliali e si lasciano trasportare nei diversi organi formando metastasi. Noi stiamo lavorando per “normalizzare” il circolo tumorale in maniera tale da ridurre l’edema e migliorare la perfusione almeno nelle fasi più avanzate della crescita del tumore. Questo permetterebbe un più facile accesso dei chemoterapici e una riduzione della crescita del tumore. Una volta ridotto il tumore dovrebbe essere più sensibile a una terapia anti-angiogenica che porterebbe a una sua ulteriore regressione.

Il suo gruppo di ricerca, com’è costituito, dove opera e di quali strumenti e modelli si avvale?

Il mio gruppo è attualmente formato da 14 persone, per lo più giovani dottorandi o post dottorandi. Lavoriamo all’istituto FIRC di Oncologia Molecolare, finanziato dalla Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. Utilizziamo tutti gli strumenti più innovativi, sia a livello molecolare sia biologico, includendo cellule in coltura, ma anche piccoli organismi come i pesci Zebra.

Per una donna, per di più in Italia, è una bella sfida lavorare nel mondo della ricerca. Ci sono margini per essere ottimisti anche nel nostro Paese?

Io credo che le donne siano particolarmente portate alla ricerca. Possono fare benissimo, sono in grado di impegnarsi molto e di essere particolarmente creative. Tuttavia molte cominciano, ma molte lasciano. Il problema è complesso e articolato, ma sicuramente le responsabilità familiari sono il freno più forte. Occorre una grande determinazione e un ottimo compagno per riuscire a fare questo mestiere nelle condizioni attuali.

di Pierluigi Altea

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