Un’isola felice per la ricerca

È questo l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano per Maria Grazia Daidone, biologa di formazione, direttore del Dipartimento di Oncologia Sperimentale e Medicina Molecolare del prestigioso Istituto dove “essere donna, medico o biologo”, dice la ricercatrice, “non fa differenza: quel che conta sono solo le idee e i risultati”

Maria Grazia Daidone.

Ha una laurea in Biologia e una specializzazione in Statistica sanitaria, entrambe conseguite presso l’Università degli Studi di Milano, città dove ha sedela Fondazione IRCCS IstitutoNazionale dei Tumori. È qui che Maria Grazia Daidone, nata a Milano, dopo qualche anno di borse di studio del C.N.R., ha maturato tutta la sua esperienza professionale nel campo della ricerca, dapprima come assistente, poi come aiuto e infine come primario, per poi diventare nel 2008 direttore del Dipartimento di Oncologia Sperimentale e Medicina Molecolare. Autrice di oltre 160 Pubblicazioni (su riviste con Impact Factor) e di numerosi contributi apparsi su volumi di carattere scientifico, Maria Grazia Daidone, a partire dai primi anni ’80, ha concentrato il proprio interesse sugli studi per una caratterizzazione biomolecolare dei tumori e delle lesioni preneoplastiche e su studi traslazionali nel carcinoma mammario, ovarico e della cervice uterina, e nei sarcomi. Si è altresì occupata dell’azione di agenti chimici, fisici e biologici sui tumori umani, dell’identificazione e dello studio di cellule staminali tumorali e del coordinamento dei controlli di qualità per biomarcatori, di cui ha studiato anche la formulazione e la proposizione di linee guida per il loro utilizzo. Attualmente è a capo di un Dipartimento, quello di Oncologia Sperimentale e Medicina Molecolare, che conta circa 160 persone, tra ricercatori (medici, ma soprattutto biologi), personale tecnico e amministrativo, di cui la metà di ruolo. Un ambiente dinamico e ricco di stimoli, dice, dove i giovani perfezionano il loro sapere, dando il proprio contributo in termini di creatività ed entusiasmo.

Cos’è cambiato all’interno dell’Istituto Nazionale Tumori, rispetto ai primi anni ’80, quando iniziò il suo percorso professionale?

Sono cambiate molte cose. Un tempo le conoscenze erano sicuramente inferiori a quelle attuali e non c’era Internet. Oggi siamo molto più coscienti di ciò che è presente in letteratura e più rapidi nell’acquisizione di nuove informazioni e risultati. Ma una cosa non è cambiata. All’interno del nostro Istituto continua a essere il merito l’elemento fondamentale: ho lavorato da sempre in questa isola felice in cui essere uomo o donna non ha mai fatto la differenza, come non l’ha mai fatta l’essere medico o biologo, giovane o anziano: la cosa importante era ed è avere delle buone idee, metterle in discussione e avere anche l’umiltà di riconoscere gli errori. Questo è quello che cerchiamo di trasferire anche oggi ai nostri giovani con una differenza, questa volta, sostanziale: trent’anni fa avevamo la speranza in un futuro, anche se nessuno ci faceva promesse, oggi invece la situazione per loro, per i nostri giovani, è molto più incerta.

 Qual è la soluzione?

Credo sarebbe importante qui, ma anche altrove, iniziare a pensare ai giovani in termini di percorso di carriera, quello che nei paesi anglosassoni si chiama tenure track e assicura ai migliori la giusta crescita professionale. Il nostro Paese dovrebbe puntare di più sui giovani ricercatori che nei contesti di ricerca come il nostro rappresentano una grande ricchezza per la creatività e l’entusiasmo di cui sono esempio.

Qual è l’oggetto delle vostre ricerche?

Uno dei prodotti della ricerca più interessanti di questi ultimi anni, che ha visto una stretta collaborazione tra la Dottoressa Gabriella Sozzidel Dipartimento di Oncologia Sperimentale e Medicina Molecolare e il Dottor Ugo Pastorino del Dipartimento di Chirurgia, è stata l’identificazione di un pannello di microRNA circolanti nel sangue, che non solo forniscono informazioni sulla possibilità di sviluppare tumori al polmone nei soggetti a rischio, ma hanno anche dato modo di mettere a punto una signature molecolare che caratterizza i tumori del polmone aggressivi, per i quali sono richiesti interventi terapeutici particolarmente forti e integrati, rispetto a tumori più indolenti, a cui può essere applicata una terapia meno aggressiva; adesso stiamo studiando questo tipo d’informazione anche nel tumore alla mammella e alla prostata. Lavorando sempre in stretta collaborazione con i nostri colleghi dell’Urologia e dell’Oncologia Medica siamo riusciti a ottenere un risultato doppiamente importante: dal punto di vista clinico è stato studiato un trattamento molto promettente per i pazienti con tumori della vescica, grazie all’utilizzo di un nuovo farmaco: il Pazopanib. Dal nostro punto di vista questa collaborazione ha portato all’identificazione di molecole presenti nel sangue che sono in grado di monitorare il decorso della malattia e di fornire informazioni predittive, dopo pochi cicli di trattamento, sull’efficacia della terapia per il singolo paziente, e quindi se è opportuno proseguire con il trattamento oppure se, al contrario, è richiesta una modifica della terapia.

 Quali sono le prospettive future?

Molto dipenderà dai finanziamenti. La Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori ha il supporto del Ministero della Salute, ma anche del MIUR e di Regione Lombardia, e dei cittadini italiani che hanno devoluto al nostro Istituto il loro 5×1000 nella dichiarazione dei redditi, grazie ai quali si sono potuti attivare progetti di ricerca che hanno favorito una collaborazione tra ricercatori preclinici e medici su quesiti di ricerca rilevanti dal punto di vista clinico. Riceviamo, in seguito alla presentazione di progetti di ricerca, finanziamenti anche da parte di Associazioni private: l’AIRC, l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, è uno dei nostri principali sponsor, insieme alla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, alla Fondazione Cariplo, ad altre Fondazioni italiane e internazionali. L’AIRC dispone di un Comitato Tecnico Scientifico, di cui sono orgogliosa di far parte, che, attraverso tre revisori indipendenti, due stranieri e uno italiano, valuta la bontà dei progetti di ricerca, identificando quelli da finanziare. Il nostro Istituto nel recente passato ha potuto beneficiare anche del finanziamento destinato ai Programmi Speciali 5 per mille AIRC, per due iniziative innovative, finalizzate a sostenere con bandi nazionali progetti di ricerca in oncologia clinica molecolare – nel 2010 – e per la diagnosi precoce e analisi del rischio di sviluppare neoplasie – lo scorso anno. Speriamo di poter contare anche in futuro sull’appoggio di queste importanti istituzioni.  

Cosa ne pensa delle ricerche alternative che oggi godono di poco credito e per questo sono lasciate ai margini della comunità scientifica?

L’ambito della ricerca oggi è sempre più ampio e richiede grandi risorse che non possono essere disperse. In altre parole, bisogna riuscire a concentrare gli sforzi per ottenere i finanziamenti che sino a oggi non è stato facile guadagnarsi e che domani sarà ancor più difficile avere. Tuttavia, anche nel nostro settore esistono terapie complementari che potrebbero avere un’utilità: il problema è riuscire a dimostrane l’efficacia con lo stesso rigore scientifico che viene applicato per identificare terapie antitumorali convenzionali o con i cosiddetti farmaci intelligenti, contro bersagli molecolari. Credo che i ricercatori dovrebbero mettersi attorno a un tavolo e trovare le strategie per farlo, ottimizzando però le risorse che purtroppo in futuro, come sappiamo, sembrano destinate a diminuire.

di Pierluigi Altea

 

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